recensione THE WHO: LIVE AT HULL

August 23, 2012 • Recensioni

Febbraio 1970. Gli Who sono all’apice della loro carriera, tutto quello che toccano diventa oro.
Nel 1969 hanno inciso la prima opera rock della storia, Tommy, riuscendo a portare al successo la storia di un giocatore di flipper sordo, cieco e muto. Non esattamente il prototipo dell’album rock classico. Non paghi, sempre nello stesso anno, decidono di portarla sul palco di Woodstock, mandando il pubblico in delirio.

Roger Daltrey, Keith Moon, Pete Townshend

Sono gli anni  migliori, gli anni in cui Pete Townshend al termine di ogni concerto fracassa la chitarra contro gli amplificatori, gli anni in cui Keith Moon non ha ancora saldato il conto dei suoi deliri tossici, gli anni in cui John Entwistle si veste da scheletro e sorveglia sornione i tre pazzoidi che lo accompagnano sul palco, tessendo imperturbabile linee di basso impossibili, gli anni in cui Roger Daltrey si convince di avere qualcosa da dire anche lui in mezzo a quei geni: e lo dice bene, molto bene.


Decidono di consegnare alla storia la testimonianza di quel periodo irripetibile (e irripetuto), registrando due live: vengono scelti due luoghi di provincia, Leeds e Hull.
Il giorno di S.Valentino si tiene il primo concerto, all’università di Leeds, inizialmente pensato come prova in funzione della registrazione di quello “buono”, da tenersi il giorno successivo alla Hull City Hall.
Purtroppo però un problema tecnico ha fatto saltare la registrazione del basso nelle prime sei tracce, e all’epoca nessuno ebbe la pazienza di andare oltre la prima canzone, convincendosi che tutto il nastro fosse da buttare.

Leggerezze che diventano leggende: mentre, in mancanza d’altro, venne inciso Live at Leeds, viene alimentato il mito di Live at Hulls, a detta di molti addirittura superiore al concerto del giorno precedente.
A Hull non facemmo errori ed ero sobrio, mentre a Leeds avevo bevuto due bicchieri di troppo”, dichiarerà Pete Townshend. Anche Roger Daltrey negli anni ha sempre manifestato il suo rammarico per quell’errore tecnico che ha – si credeva – pregiudicato la registrazione dell’esibizione.

Considerando che Live at Leeds viene da molti ritenuto il miglior album live della storia, il rimpianto per non avere potuto ascoltare quella che ha detta dei suoi stessi protagonisti viene definita un’esibizione ancora migliore è grande.
Rimpianto estinto nell’ottobre 2010, quando, oltre 40 anni dopo quella storica data, viene pubblicata una riedizione speciale di Live at Leeds che include anche la registrazione di Hull.
Per le sei tracce senza basso viene inserita digitalmente la traccia di Leeds, tutto il resto è la certificazione, per chi ancora non ne fosse convinto, che gli Who stanno al rock come Dante alla poesia.
E allo stesso modo di Dante, che di Divina commedia ne ha scritta una sola, dopo Live at Hull, non torneranno più su quei livelli. Sprazzi di genialità, certo, lampi di classe qua e là, non c’è dubbio: ma non produrranno più nulla di così rotondamente perfetto come quei due concerti lì.

Pete Townshend è un chitarrista esigente e pignolo: ci tiene a controllare di persona la bontà costruttiva dei suoi amplificatori.

Il quartetto è in evidente stato di grazia: affiatamento ai limiti dell’imbarazzante, energia incontenibile, improvvisazioni imprevedibili.

Il loro suono è grezzo e purissimo. Una chitarra, un basso, una batteria. Un muro di amplificatori tirati per il collo che gridano pietà.

Influenze Rock&Roll. Oddio, tanto Rock e poco Roll, a dirla tutta.
Non varcano la soglia del blues solo perché l’hanno già presa a sassate e abbattuta di potenza, anzi, prepotenza. Ad esempio, la malinconia insita nella versione originale di Young man blues (“i vecchi si sono presi tutti i soldi”), cantata da Mose Allison, viene inibita, estrapolandone una rabbia esplosiva, un call and response incessante e nervoso, pulsante e impaziente.

La scaletta è pressapoco quella di Live at Leeds: unica differenza sensibile la mancanza della trascinante versione live di Magic Bus. Un mix di classici Rock&Roll, di classici Who (I can’t explain, Substitute, My generation…), con l’aggiunta della riproduzione integrale di Tommy.
Rispetto alla versione studio dell’opera però, intrisa di una leziosità quasi aristocratica, questa trasposizione live è sanguigna, istintiva, animalesca: dinamite pura.
Comunque, la scelta dei brani non pare così importante: in uno stato di forma come quello di Hull, i quattro potrebbero attaccare anche con La canzone del capitano che suonerebbe comunque come una delle cose più incazzate mai scritte sulla faccia della terra.

Un doppio disco (32 pezzi) al tritolo: da ascoltare col volume, come minimo, al massimo.
Difficile dire se sia meglio o peggio di Leeds: forse è solo diverso. In ogni caso, chissenefrega.
Perché scegliere, quando si possono avere tutti e due?

VALE LA PENA ASCOLTARLO PER

  • Pete Townshend: il chitarrista imbraccia una Gibson SG e la spreme fino a prosciugarla. Accordi rabbiosi, assoli nervosi, il caratteristico windmill a ritmare l’esibizione. Selvaggio.
  • John Entwistle: unico punto di riferimento fisso sul palco, mentre i suoi compari si agitano senza pace per l’intera esibizione lui li guarda stranito, ogni tanto abbozza un sorriso. Aria quasi superiore. Nel frattempo, produce a getto continuo linee di basso anabolizzate, potenti e muscolose. Insostituibile.
  • Roger Daltrey: intona, strepita, strappa applausi. Terminale perfetto per le composizioni di Townshend, specialmente in Tommy: è il periodo in cui si scopre degno dei suoi tre soci. Ispirato.
  • Keith Moon: anche solo per il fatto che sia esistito. Dio l’abbia in gloria.
  • Keith Moon (di nuovo): così, perché non basta mai.
  • My generation: qui viene proposta sotto forma di un’interminabile jam session. E non è un difetto. Anzi.
  • Summertime blues: cover di un brano rockabilly, la cura Who lo trasforma in un delirante ibrido di stili, urla, chitarre, batterie. Un difetto? Finisce.
  • Heaven and hell: partorita dal genio di John Entwistle (che la canta anche), dal vivo è impagabile. Atmosfere sinistre, note cupe, strofe tetre: terreno fertile per le fantasie più malate di Keith Moon, libero di provare tutto quello che un 26enne alcolizzato, tossicodipendente e matto come un cavallo può voler fare con una batteria. Il suo talento incontrollabile prende il sopravvento e sfocia in una sezione ritmica confusionaria, incivile, senza senso: in una parola, perfetta.

NON VALE LA PENA ASCOLTARLO PER

  • (categoria non pervenuta)

Matteo Pezzi

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