recensione “All Blacks” di Malcom Pagani

January 24, 2013 • Recensioni

Premessa
Malcom Pagani è un giornalista atipico.
Forse la penna più elegante del Fatto quotidiano, è riuscito nonostante questo a stare ai margini del trambusto che inevitabilmente accompagna ogni grande firma del giornale più discusso d’Italia.
Ai talk show non lo si vede. Su Youtube, poco e niente. Non è una star di Twitter, né campeggia mai tra le tendenze dei cinguettii. Persino Google è straordinariamente parco di informazioni, aneddoti e quant’altro su di lui.
Meglio così, in fondo.
Al giorno d’oggi, rara avis, è uno degli ultimi esemplari di giornalisti che si giudicano solo per quello che scrivono e per come lo scrivono: razza da preservare. A tutti i costi.
Chi lo vuole conoscere di più, qui trova un archivio dei suoi pezzi, e ovviamente può comprare il Fatto: oltre a proporre articoli (in prevalenza su sport, cinema, spettacolo) con cadenza pressoché quotidiana, ogni martedì firma la rubrica fissa “Bisogna sapere perdere”.

Recensione

“All Blacks”, sottotitolo “Passione ovale”, è il primo e (purtroppo) unico libro di Malcom Pagani.
Dico purtroppo perché, come sottolinea giustamente Beppe Di Corrado nella prefazione, le pagine di “All Blacks” causano dipendenza anche a chi – presente! – del pallone ovale se ne è sempre infischiato (e continuerà ad infischiarsene) bellamente.
Bella mossa comprare un libro sul rugby, direte voi.
Bella mossa comprare un libro scritto da Pagani, rispondo io.

Tacchetti, mete, felci argentate, maglie nere, botte, tre, cinque, sei nazioni, tuche e mischie: solo un pretesto.
L’epopea della squadra più temuta del rugby si perde tra echi di colonialismo e apartheid mai dimenticati, esploratori cocciuti di terre lontane come i sogni e emigranti importatori di palle ovali, ballerini spaventosi e istinti volutamente non sopiti, spedizioni fortunate e contadini campioni, birre come acqua e mari colmi di malinconia, macchie da mondare e telefoni che tacciono, abissi di fame e vertigini di fama, sbronze galeotte e oblii in qualche modo, aerei che sganciano sacchi di farina in campo e terreni di gioco come trincee impazzite, soldi sporchi ad intaccare una purezza che scorre tra sangue e birra e giocatori con colli da rinoceronte e falcate da ghepardo.

In tutto ciò, ripeto, il rugby è solo un pretesto, un fondale di teatro, un tappeto su cui stendere le 170 pagine più meritevoli che abbia letto negli ultimi tempi.
Bis, grazie. (Mi va bene anche il cricket).

Matteo Pezzi

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