Un ragazzo del ’91 legge un libro del ’95 su una rivista degli anni ’60: It wasn’t pretty, folks, but didn’t we have fun? Esquire in the sixties

March 27, 2015 • Filosofia spicciola, Recensioni

Hayes did not care what reader surveys said people wanted to see in his magazine; he would give them what they didn’t expect to see.

Non conosco tante persone che si metterebbero a leggere un libro in inglese su una rivista americana degli anni sessanta, ma chissenefrega.

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Esquire per me è stata la rivista migliore della storia, ed è uno dei motivi per cui piuttosto che spendere soldi in edicola oggi preferisco leggere roba vecchia. Fare il giornalista era un mio sogno, naufragato in fretta perché non ci sono soldi: ma sono contento anche così.

Torniamo a It Wasn’t Pretty, Folks, but Didn’t We Have Fun?: Esquire in the Sixties di Carol Polsgrove.

Il libro (del quale d’ora in poi ometterò il titolo perché ogni volta spreco una riga io e dieci minuti te solo per quello) è la cronaca dell’epoca d’oro della rivista, gli anni sessanta, e del suo editor, Harold Hayes.

He was passionately curious — a small-town boy in love with the big city.

Tante cose mi legano a un libro del genere, ma in particolare traspare da tutte le pagine la lotta di un campagnolo come Hayes (e come me, con le dovute proporzioni) per affermarsi in un campo e in un ambiente diversi da quelli in cui è cresciuto.

Sì, alla fine più che un libro su una rivista è un libro su un uomo che ha reso grande una rivista e su come ha fatto. Ad esempio, ecco come ne parla David Newman, scrittore e giornalista.

“That’s it!” And he’d hand it to his secretary, and he’d say, “Good work.”
And you’d walk out and you’d feel wonderful. He was very quick to praise when he meant it.
And when he was tough on you, it was always with the caveat that “you’re so good I can’t believe you’re giving me something that isn’t up to your best standard.” So it was never scary and it was never mean.

Un sacco di studi e soprattutto di casi reali dimostrano che è più stimolante essere propositivi che essere stronzi sul luogo di lavoro, ma siamo ancora nel mito del maestro con la bacchetta e dell’allenatore che lancia le sedie nello spogliatoio, perciò magari ne parliamo un’altra volta.
Naturalmente essere propositivi non significa dire “Bravo, bravo” e dare una pacca sulla spalla a chi non se lo merita, ma semplicemente fare come Hayes e dire qualcosa del tipo “Sei talmente bravo che non posso accettare qualcosa sotto al tuo standard”, eccetera.

Hayes worked hard, but his work did not wholly consume him. He had taken tennis lessons several years before and had become a dedicated player. He would play in the morning before he came to work; he would play at lunchtime, on courts all over the city.

Non dev’essere stato facile gestire una rivista del genere, far quadrare i conti, viziare tutte le primedonne che ci lavoravano.

Mailer did not give up on his efforts to widen the range of language at Esquire. In installment seven, he put “shit” in, by his recollection, at least twenty-five times — including some extras so he’d have room to negotiate.

Ho apprezzato molto queste poche righe nelle quali Hayes spiega l’orientamento politico della rivista (che è piuttosto, anzi molto, simile al mio):

Esquire, of course, has no politics of its own, which is why its only possible choice for a political essayist would have to be “a conservative anarchist.”…
This magazine’s only ism is, and has always been, againstism. So, when a nonpolitical magazine looks for a political columnist, it naturally figures that it couldn’t settle for less than a man who, in the long run, can be depended upon to be against everybody.

La parte più triste del libro è quella finale, quella del declino di Esquire. Purtroppo le cose belle prima o poi finiscono, ma se lo sono veramente il ricordo rimane quasi sempre. Esquire esiste ancora, ma non è la stessa cosa.

Per me, la cosa migliore di Esquire  è stata portare al successo il New Journalism, corrente giornalistica nata in quegli anni che affrontava la cronaca con gli strumenti della letteratura (ho recensito The New Journalism, a cura di Tom Wolfe, qui: ne consiglio la lettura a chi vuole approfondire il genere).

Mi sono appassionato al New Journalism negli anni dell’università grazie a Gay Talese, scoperto per caso e diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Ho letto tutto quello che ha pubblicato anche sui giornaletti in cui scriveva da studente, ci ho scritto sopra una tesina all’università, gli ho persino scritto una lettera cartacea a New York (non usa e-mail), e la sua risposta (scritta a macchina e firmata con la stilografica), campeggia fiera nella mia camera. Questo per dire che i bilibier di Justin Bieber, o come diavolo si chiamano, fanno ridere in confronto a me.

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Il New Journalism in pratica abbandona l’utopia del giornalismo obiettivo e aspira a una comprensione più vasta del soggetto grazie all’osservazione prolungata, non per forza in contesti particolari. Lo spiegano bene queste tre righe del libro.

This was the kind of reporting Talese liked to do and seldom got to do as a newspaper reporter: just being there, observing, waiting for the climatic moment when the mask would drop and true character would reveal itself.

Non approfondisco troppo: più dettagli sono nella mia tesina e soprattutto nel libro di Wolfe (un altro dei miei scrittori preferiti), ma quello che è importante è che si può produrre lavoro valido anche su materiale apparentemente poco interessante.

Surprise could come from pairing writers with unlikely subjects. William F. Buckley, Jr., told Dan Wakefield that Hayes had asked him to write an introduction to a special issue on sports, and when Buckley said he didn’t know anything about sports, Hayes replied, “That’s why we want you.”

Per ogni uscita (trimestrale) Hayes sceglieva un tema e sguinzagliava giornalisti e fotografi ad approfondirne le sfumature:

… an issue devoted to sophistication. (…) Hayes asked: How could Esquire presente the complex phenomenon of American’s new sophistication? Not as Look, Life, Holiday, Sports Illustrated, or The New Yorker might do — oversimply — but with “humour, irreverence, fashion, fine writing, controversy, topicality and surprise… Throughout the issue, we will define our theme, praise it, blast it, ridicule it, revise it, qualify it — and finally, prove it beyond all doubt.

Scegliere un tema e sviscerarlo finché non ne rimane più niente è qualcosa che mi propongo spesso di fare con le foto, ma sono troppo pigro e spesso mi arrendo in fretta.

Due parole sul libro in sé: è scritto molto bene, e meriterebbe di essere letto solo per la fatica che ha fatto la Polsgrove nel mettere assieme tutti i documenti e le testimonianze (una miriade). Purtroppo a quanto pare non c’è tanta gente che la pensa come me, perché il libro è fuori catalogo e non è mai stato convertito in e-book.

Si trova usato con un po’ di fortuna in internet, con molta fortuna nei mercatini. Io l’ho preso su Amazon, mancava la sovracopertina ma va beh.

La copertina originale

La copertina originale

Comunque, è uno dei pochi libri che rimane nella mia libreria: molti li ho dati via, buttati o chiusi in scatoloni perché non li avrei mai più sfogliati. Non è il caso, però, con It wasn’t pretty folks, eccetera eccetera.

Matteo

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