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Tutte le letture del mese.

I miei libri preferiti.


Prima dei libri, una bella notizia per tutti i possessori di e-reader Kobo come me.

Grazie all’aiuto tecnico di Roberto Pasini e allo spunto di qualche sconosciuto sul web, è ora possibile esportare le sottolineature dei libri in un file di testo.
Come si fa?

  1. Scarica questa cartella e copiala sul tuo computer.
  2. Collega il Kobo, clicca su Connetti, aprilo in Esplora risorse, entra nella cartella “.Kobo” e copia il file “KoboReader.sqlite” nella cartella “Kobo” scaricata al punto 1.
  3. Apri la cartella “Kobo” e fai doppio clic sul file “work”: per magia (è l’unica spiegazione che so darmi) comparirà un file .doc (nome “Annotations”) con tutte le sottolineature contenute nel tuo Kobo. Per ogni sottolineatura ci sono i riferimenti al libro, eccetera. Se li vuoi togliere…
  4. … Scarica Notepad++ (è gratis)
  5. Tasto destro su “Annotations” >> Edit with Notepad++
  6. Imposta la lingua di Notepad++ in inglese
  7. Clicca CTRL+H
  8. Imposta tutto come in questo screenshot, e poi clicca “Replace all”
    kobo
  9. Fatto, ora hai solo le tue note

Antifragile: things that gain from disorder
Nassim Nicholas Taleb
2012

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… anything that has more upside than downside from random events (or certain shocks) is antifragile; the reverse is fragile.
If you want to become antifragile, put yourself in the situation “loves mistakes”—to the right of “hates mistakes”—by making these numerous and small in harm.
In the complex world, the notion of “cause” itself is suspect; it is either nearly impossible to detect or not really defined—another reason to ignore newspapers, with their constant supply of causes for things.
It’s much easier to sell “Look what I did for you” than “Look what I avoided for you.”
I ran to the podium and told the audience that the next time someone in a suit and tie gave them projections for some dates in the future, they should ask him to show what he had projected in the past
To sum him up, Nero believed in erudition, aesthetics, and risk taking—little else.
As a child of civil war, I disbelieve in structured learning—actually I believe that one can be an intellectual without being a nerd, provided one has a private library instead of a classroom, and spends time as an aimless (but rational) flâneur benefiting from what randomness can give us inside and outside the library. Provided we have the right type of rigor, we need randomness, mess, adventures, uncertainty, self-discovery, near-traumatic episodes, all these things that make life worth living, compared to the structured, fake, and ineffective life of an empty-suit CEO with a preset schedule and an alarm clock.
But there is something central in following one’s own direction in the selection of readings: what I was given to study in school I have forgotten; what I decided to read on my own, I still remember.
… since one small observation can disprove a statement, while millions can hardly confirm it, disconfirmation is more rigorous than confirmation.
Information has a nasty property: it hides failures.
Until it hit me that, in fact, if there was so much traffic in London, as compared to other cities, it was because people wanted to be there, and being there for them exceeded the costs.
… the “pursuit of happiness” is not equivalent to the “avoidance of unhappiness.” Each of us certainly knows not only what makes us unhappy (for instance, copy editors, commuting, bad odors, pain, the sight of a certain magazine in a waiting room, etc.), but what to do about it.
Now consider companies like Coke or Pepsi, which I assume are, as the reader is poring over these lines, still in existence—which is unfortunate. What business are they in? Selling you sugary water or substitutes for sugar, putting into your body stuff that messes up your biological signaling system, causing diabetes and making diabetes vendors rich thanks to their compensatory drugs. (…)  I fail to see why the arguments we’ve used against tobacco firms don’t apply—to some extent—to all other large companies that try to sell us things that may make us ill.
Come avevo anticipato, parlo solo ora di un libro letto due mesi fa perché non ho dubbi che sia finora il libro più importante della mia vita.
Il sottotitolo è “things that gain from disorder” ma potrebbe essere benissimo anche qualcosa del tipo “come stare al mondo”. Sì, ci starebbe anche meglio forse: Antifragile: come stare al mondo.
È la conclusione (forse) del cammino iniziato con Fooled by randomness e l’incredibile  The black swan, gli altri due libri di Taleb. Antifragile sta benissimo in piedi anche da solo,  ma consiglio di leggerlo dopo gli altri, a non farlo mi sembra si perda qualcosa.
La novità è che qui Taleb è molto più propositivo e pratico, e ci sono un sacco di cose applicabili alla vita vera.
Su 700 pagine ne avrò sottolineate 120, e ci ho messo un sacco di tempo a farmi i miei  schemi e riassunti, semplicemente perché c’è un sacco di carne al fuoco, ed è tutta buona. Non mi viene in mente nessun altro libro che racchiuda così tanto in così poco.
L’unica cosa è che ogni tanto ci sono delle appendici matematiche molto tecniche (non sono necessarie per i concetti del libro, sono solo appendici) : io non ho le conoscenze per capirle, perciò le salto.

The life-changing magic of tidying up: The Japanese art of decluttering and organizing
Marie Kondo
2011

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To truly decide whether you want to keep something or to dispose of it, you must take your things out of hibernation.

Having your own space makes you happy. Once you feel that it belongs to you personally, you want to keep it tidy.

“Discard anything that doesn’t spark joy.” If you have tried this method even a little, you have realized by now that it is not that difficult to identify something that brings you joy. The moment you touch it, you know the answer. It is much more difficult to decide to discard something.

But when we really delve into the reasons for why we can’t let something go, there are only two: an attachment to the past or a fear for the future

Libretto di 100 pagine sul mettere ordine e ordinare la casa. Ha qualche spunto interessante (tipo un po’ di consigli su come tenere i vestiti che ho subito applicato nei miei lussuosi 11mq), ma su molte cose non sono d’accordo.
In particolare il capitolo sui libri.
Siamo nel 2016, è ora di passare agli e-book.
Dai, seriamente, leggere come Marie Kondo gestisce la sua libreria e sceglie quali libri tenere e quali no mi ha fatto stare in pena per lei.
Specie quando parla di quando di certi libri le interessino solo alcuni passsaggi e allora prima prova a fotocopiare le pagine che le interessano, poi a stagliuzzare le frasi che le piacciono, poi non so che, e infine visto che è troppo dispendioso a livello di tempo si decide a buttare tutto e non tenere niente dei libri. Ottima soluzione.
Marie, un consiglio: comprati un e-reader, scopri che leggere gli e-book è più comodo, economico, ecologico, e meno spazioso dei libri di carta.
Anzi, due consigli: per gli schemi e gli appunti dei libri usa Evernote. Oltre a essere più veloce e più pratico, è anche più sicuro perché non ne hai solo una copia.
Altra cosa: Marie ha solo due alternative per selezionare quali oggetti tenere:
1) non butto
2) butto.
Le do una terza opzione:
3) butto, ma faccio una foto.
Specialmente efficace per cartoline, biglietti di auguri, eccetera. Quelle cose che non vogliamo buttare, ma che alla fine sì, vogliamo buttare perché sono in mezzo e tanto negli scatoloni chi le riguarda mai.
Soluzione: foto (col cellulare, niente di che), archivio in doppia copia, bidone.
Il ricordo c’è, la scocciatura non più.

Born to Run: Un gruppo di superatleti, una tribù nascosta e la corsa più estrema che il mondo abbia mai visto
Christopher McDougall
2009

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Nel 1971 un fisiologo americano andò a piedi nei Copper Canyon e restò così impressionato dall’atleticità dei Tarahumara che dovette risalire a duemilaottocento anni prima per avere una scala ragionevole sulla quale valutarli. «Probabilmente una condizione fisica del genere non si era raggiunta dai tempi degli antichi Spartani» concluse il dottor Dale Groom, pubblicando le sue scoperte sull’«American Heart Journal».
Questa diffidenza li ha anche portati ad avere un vocabolario piuttosto tranchant, quando si tratta di descrivere le persone. Nella lingua dei Tarahumara, gli esseri umani sono raggruppati in due categorie: i Rarámuri, coloro che fuggono dai guai, e i chabochis, coloro che causano i guai da cui i Tarahumara fuggono.
Ma sì, insisteva lei, correre era proprio romantico; e no, naturalmente le sue amiche non potevano capirlo perché non avevano mai provato quello che a un certo punto aveva cominciato a provare lei. Per loro, la corsa consisteva in 3 miseri chilometri con la sola motivazione di entrare in un paio di jeans taglia 42: salire sulla bilancia, deprimersi, mettersi le cuffie e pensare solo a finire la corsa il prima possibile. Ma non ci si può imporre di correre per cinque ore in questo modo; bisogna sapersi rilassare durante la corsa, viverla come se ci si immergesse in un bagno caldo, superare lo shock iniziale e cominciare a godersela.
Se vi rilassate abbastanza, il vostro corpo acquista una tale dimestichezza con il ritmo cullante della corsa che non vi sembrerà nemmeno di muovervi. E una volta che avete compiuto questa svolta e vi siete immersi in questo flusso morbido e quasi fluttuante, ecco, a quel punto appaiono anche il chiaro di luna e lo champagne: «Devi essere in sintonia con il tuo corpo, e sapere quando è il momento di spingere e quando invece devi rallentare» spiegava Ann.
«Che sensazione di gioia!» si meravigliò coach Vigil: neanche lui aveva mai visto niente del genere. «È davvero impressionante.» Allegria e determinazione di solito sono emozioni antagoniste, eppure i Tarahumara traboccavano di entrambe, come se correre fino a morire li facesse sentire più vivi
Vigil aveva preso furiosamente degli appunti mentali («Guarda il modo in cui puntano le dita dei piedi verso il basso e non verso l’alto, proprio come i ginnasti quando fanno esercizi a terra. E quelle schiene! Potrebbero portare dei secchi d’acqua sulla testa senza farne cadere una goccia! Quante volte ho detto ai miei allievi di stare dritti e correre in questo modo, in maniera totalmente istintiva?»). Ma ciò che lo colpiva più di tutto erano quei sorrisi.
Pensa: facile, leggero, liscio e veloce. Comincia con facile, perché se riesci a ottenere quello, sei già a buon punto. Poi lavora su leggero. Togli alla corsa lo sforzo, come se non t’importasse nulla di quanto è alta la collina o di quanta strada devi fare. Quando hai fatto esercizio abbastanza a lungo da dimenticare che stai facendo esercizio, allora puoi passare oltre: devi rendere la corsa liiiiiscia. Dell’ultimo punto – veloce – non devi preoccuparti: fai bene queste tre, e vedrai che la velocità verrà da sé.»
Se n’era andato. Invece di mettersi a fare autopromozione, dopo la sua gloriosa estate Scott sparì immediatamente nelle foreste con Leah per festeggiare in completa solitudine. A Scott non gliene poteva fregare di meno dei talk show: non aveva neanche la tv. Aveva letto il libro di Dean, quello di Pam e gli articoli delle riviste, e tutti gli davano il voltastomaco. «Saltimbanchi» mormorò; stavano prendendo questo sport meraviglioso, questo grande dono celeste, e lo stavano trasformando in una pagliacciata.
Fino al 1972, quando la Nike inventò le moderne scarpe da atletica, la gente correva con scarpe con le suole molto sottili, aveva piedi più forti e la frequenza di infortuni alle ginocchia era molto inferiore.
I miei genitori mi hanno consigliato questo libro con entusiasmo, e l’ho letto.
Premessa: non sono un corridore, ho sempre preferito andare in bici, e le poche volte che ho corso l’ho fatto solo per dimagrire.
Born to run però mi ha talmente gasato che sono andato a correre scalzo ancora prima di finirlo.
Scalzo?
Sì, come i Tarahumara. Chi sono? Leggi il libro (va beh, puoi anche andare su Wikipedia).
Il clima parigino non è il più clemente del mondo, ma correre scalzo mi è piaciuto talmente tanto che ho intenzione di rifarlo. La seconda volta ho corso (sull’erba eh) più di un’ora e un quarto senza neanche accorgermene, anzi, più andavo avanti più era facile.
Non sono superstizioso, ma la prima volta che ho corso si è anche fermata una coccinella sulla mia gamba…
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Tornando alle cose serie, una delle parti più interessanti è quella in cui viene raccontata la storia della Nike, e quindi delle moderne scarpe da corsa. Molto educativa.
Non sono un podologo perciò ci tengo a sottolineare: non sto consigliando a nessuno di correre scalzo. Semplicemente, ognuno legga, si informi, faccia come vuole e stia sereno (in questo video si vede l’autore dibattere con un podologo, per chi è interessato).
Born to run è un bel libro comunque. La storia sembra un romanzo e i personaggi incredibili, ma è tutto vero. Un peccato solo che la traduzione sia dozzinale, meglio leggerlo in inglese.

Radical chic & mau-mauing the flak-catchers
Tom Wolfe
1970

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Quando parlo di Tom Wolfe sono sempre breve. Nessuno scrive come lui, punto.

Shadow box. An amateur in the ring
George Plimpton
1977

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 George Brown said that Dempsey could have licked anybody in the modern era easy as pie; he was just the greatest tiger there had been, “except for this tiger we got sitting here in the cab,” and he would laugh and dig me in the ribs. “Why, this tiger could take Dempsey and Louis in one afternoon and chew up Gene Tunney in the evening time,” and I would look out the window at Third Avenue in the rain and think how much I enjoyed being called “Tiger.”
Once, George Brown motioned out into the street and he told me that I now knew enough to take on just about 95% of the people out there—wouldn’t have no trouble with them at all—and I looked out at the pedestrians, innocently hurrying along in the rain with their shopping bags, and I thought, “Fancy that.” I felt like a substantial piece of weaponry being transported in the back of the cab. I hoped they’d refer to me as a “Tiger” again. There wasn’t a more satisfactory word.

“So there you are. You will never forget this, young man. The reason I could hit you was because you lost your temper. Never lose your temper.”

A girl I knew said, “Can’t you get off this business about losers. Guys getting beaten up and sounding off on their deathbeds. It’s going to infect you,” she warned.
“It’s important,” I said.

Before I went I called Dr. Pacheco.
“You’re going to be surprised out there,” he told me. “Everyone is brainwashed. They assume a loudmouth like Ali is going to react to being beaten by wincing and moaning and carrying on like a child. But they forget that over the past three years he’s had to go through a number of very severe confrontations— socially, religiously, politically, monetarily—in each of which he’s been raked over the coals. Socially, he’s learned what it is to be despised by his countrymen for refusing to join the army. He was tossed out of a religious organization he feels very strongly about. His politics got him into such trouble that jail continues to be a possibility. His money-making potential was taken away by the boxing commissions. Well, all this hurting must help when it comes to facing losing a fight.”

George Plimpton è uno scrittore, e personaggio, fantastico, autore di Paper Lion, uno dei miei libri in assoluto.
Shadow Box è un altro esempio di giornalismo partecipativo all’ennesima potenza: parte prendendo botte su un ring, e continua perdendosi tra Muhammad Alì (avevo iniziato il libro giusto qualche giorno prima che morisse), giornalismo, Hemingway, Norman Mailer…
Piccola nota. È strano come un libro porti a un altro, richiami a un altro ancora… Qualche tempo fa ho letto This is your brain on music, libro tra i miei preferiti di sempre in cui si parla di come il cervello reagisce alla musica, eccetera. Ecco, si parla anche delle canzoni che hanno groove, ovvero le canzoni che non si riesce a smettere di ascoltare (spesso canzoni improbabili, tipo Superfreak). È stato bellissimo scoprire che è il principio che usano i pugili per gasarsi quando escono a correre al buio alle 5 di mattina.
The guy in the car following us plays tapes, so we have music to listen to when we run. Al Green’s group—’I’m Still in Love with You,’ ‘Pretty Woman,’ ‘Love and Happiness.’ ”
I thought of the pack of hooded men running along the street, and the gentle music accompanying them under the trees. I said, “They don’t sound like the kind of titles to pump up a fighter.”
“It’s the beat,” he said. “You know what I mean? They got a good beat.”)

George, Being George: George Plimpton’s Life as Told, Admired, Deplored, and Envied by 200 Friends, Relatives, Lovers, Acquaintances, Rivals
Nelson W. Aldrich Jr. (edited by)
2008

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What I did mainly was protect George and his copy from legions of less talented and envious staff. They had no conception how hard he labored at his writing. (How could they? It looked effortless.) And because they didn’t know him, they slammed him as a dilettante.
PETER DUCHIN I was really fond of George, and I was in awe of some of his qualities—his energy and cheerfulness and his support of the Review all those years—but I never thought of him as being really serious about women. I thought that he was far more curious than serious about women. And the women I admired in the world couldn’t take him seriously, either. They would joke about the idea of even sleeping with him, not to mention marrying him. They found him to be a sort of remote, slightly shy, but charming curiosity. And there was something awfully comical about George. I don’t know what it was. Maybe it was a power thing, personal power, or his lack of it.
STEPHEN GAGHAN In Kentucky, where I came from, nobody read. I mean, I was known as the kid who read books. It’s kind of threatening, you know. Adults who don’t read don’t like young people who read. But it’s through books that you feel this connection to the wider world.
Of course, most people require premapped avenues of apprehension to arrive at judgments, but George’s were peculiar: They were differentiated by skills, by what you were good at, preferably really good at. Because only in this way could you answer to what I always thought was a deep need of his, which was to admire.
He always said he didn’t mind the constant flying off on speaking tours because he got so much writing done. It was a real lesson. On an airplane flight he would have a legal pad open on his knee, in which he would write these beautifully simple, parsed sentences.

Un libro tira l’altro, perciò dopo aver finito Shadow Box sono passato a questa biografia corale di Plimpton. Amici, colleghi, mogli, parenti… Una piccola parte delle migliaia di persone che hanno avuto a che fare con lui in vita lo ricordano con aneddoti e istantanee.

C’è tutto — la Paris Review, le donne, la famiglia altolocata, i soldi, i soldi che mancano, gli scrittori, il fascino — o perlomeno, c’è tutto quello che ci si aspetta. Ed è già tanto.


Fear and loathing in Las Vegas. A savage journey to the heart of the American Dream
Hunter S. Thompson
1971

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Let me explain it to you, let me run it down just briefly if I can. We’re looking for the American Dream, and we were told it was somewhere in this area.…

Da tempo volevo leggere qualcosa di Thompson, ma mi sono deciso dopo aver letto questa frase in Shadow Box (Plimpton che parla di Thompson):

I wished him luck. I envied him, really—thinking up these strange approaches. His Rolling Stone readership required very little of the event he was sent to cover, except, perhaps, that everything go wrong … to the degree that the original purpose of his assignment was finally submerged by personal misfortune and misadventure. His superb Fear and Loathing in Las Vegas started as an assignment (indeed, from my own magazine, Sports Illustrated) to cover the Mint-500 off-road dune-buggy race in Las Vegas. But there is only the most fleeting reference to the event in the copy. He was like a man stepping onto the wrong train, or boat, without a dime to bring him back, or even to communicate from where he was delivered, and not too anxious about it either—as if wishing to feast on the excitement of chance and ruin.

Fear and Loathing in Las Vegas  è esattamente  come lo descrive Plimpton, ma è impossibile trasmettere a parole quanto scriva bene Hunter S. Thompson.


Fear and loathing on the campaign trail ’72
Hunter S. Thompson
1973

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Tim Crouse noted that while other writers had to tell their wives what the Trail was really like when they got home, Thompson’s wife didn’t have to ask, because she’d read his articles. That’s because he’d put his whole self into the pages of his adventure. He didn’t hold anything back to whisper to his wife back home. He did it exactly the way it should be done.

I won steadily—until November 7, when I made the invariably fatal mistake of betting my emotions instead of my instinct.
So much for Objective Journalism. Don’t bother to look for it here—not under any byline of mine; or anyone else I can think of. With the possible exception of things like box scores, race results, and stock market tabulations, there is no such thing as Objective Journalism. The phrase itself is a pompous contradiction in terms.
I’d been locked into the idea that the Redskins would win easily—but when Nixon came out for them and George Allen began televising his prayer meetings I decided that any team with both God and Nixon on their side was fucked from the start.
Immediatamente dopo aver chiuso Fear and Loathing in Las Vegas ho iniziato Fear and Loathing on the Campaing Trail ’72.
Ora, se ti dicessi di leggere un reportage per Rolling Stone sulla campagna elettorale presidenziale americana del ’72, la risposta sarebbe solo una: CHE PALLELa penso esattamente come te, ma il signor Hunter S. Thompson scrive talmente bene e, pur coprendo un tema all’apparenza tedioso, riesce a parlare (bene) di tante cose molto più interessanti.
È un altro dei tanti libri che consiglio a chi dà troppa importanza a voti, elezioni, partiti, eccetera.
Altra nota: Thompson si è suicidato, ed è un po’ impressionante leggere questa sequenza nel libro…
(…) you people are lucky I’m a sane, responsible journalist; otherwise I might have hurled my flaming Zippo into the fuel tank.”
“Not you,” he said. “Egomaniacs don’t do that kind of thing.” He smiled. “You wouldn’t do anything you couldn’t live to write about, would you?”
“You’re probably right,” I said. “Kamikaze is not my style. I much prefer subtleties, the low-key approach—because I am, after all, a professional.”

Matteo Pezzi

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