I concerti è una pregevole raccolta di dischi live (in gran parte inediti) del cantautore genovese, corredata da un bel volume fotografico.
Il cofanetto è uscito il 13 novembre 2013, a quasi 14 anni dalla morte di Faber.

Come si presenta.

Solido, nero, elegante: potrebbe ben figurare anche come mero oggetto di arredamento, ma sarebbe uno spreco intollerabile per tre motivi:

  • le canzoni;
  • le foto
  • il prezzo.
Il volume presenta molte fotografie (tra cui alcune di Guido Harara), divise per i periodi delle tournée dalle quali sono stati tratti i 16 dischi (otto doppi) qui raccolti: La bussola / Storia di un impiegato 1975/1976, In concerto con la Pfm 1978/1979, L’indiano 1981/1982, Crêuza de mä 1984, Le nuvole 1991, In teatro 1992/1993, Anime salve 1997, Mi innamoravo di tutto 1998).

Purtroppo non si può evitare di constatare la povertà delle didascalie (termine quasi eccessivo per le quattro parole in croce che “corredano” qua e là le immagini): vero è che spesso e volentieri gli scatti parlano da soli, ma insomma…

La fattura del cofanetto, per quanto splendida, è decisamente fragile: nella parte superiore si è già scollato, e l’ho trattato ovviamente come fosse d’oro (ipotesi che non mi sento ancora di escludere del tutto, dato il prezzo). Peccato.

La scollatura.

Altra cosa: per cercare l’elenco delle canzoni, bisogna spulciare dentro il libro, dove sono riportate (in pagine diverse, disco per disco): una paginetta riassuntiva, magari sul retro di copertina, sarebbe stata ben gradita. Oltretutto non avrebbe intaccato l’elegante minimalismo dell’insieme, dato che sarebbe stata coperta dal cofanetto.

Un particolare dell’interno.

Piccolezze, si dirà, ed è vero: ma è vero anche che questa collezione ha un prezzo di copertina pari a 99,99 -novantanovevirgolanovantanove – euri (quando sono tanti, ci vuole il plurale).

“… I brani che fanno parte dell’ultimo cd… Una volta si facevano gli lp, oggi si fanno i cd… Carissimi Dischi, si chiamano così [risate in sala] Si perché non si capisce bene, tu firmi un contratto nel ’91, e poi i prezzi cambiano e tu non ci puoi fare nulla, non è che noi possiamo intervenire sulle case discografiche. Io so soltanto una cosa certa: che la duplicazione di un cd costa 800 lire, quindi io non riesco a capire come mai va a finire nei negozi a 30mila…”
(Fabrizio De André, tratto dall’intermezzo parlato Genova e il mediterraneo, presente nel cd1 di Mi innamoravo di tutto – I concerti)

Leggere (anzi, ascoltare) queste parole di Faber, proprio in una raccolta proposta al pubblico all’impopolarissimo prezzo di 99,99 euri, suona quantomeno beffardo.
Ok che il cofanetto è bello, le foto pure, le canzoni ovviamente, ma… Un centone è sempre un centone.
Si possono acquistare i cd anche separatamente, ma la somma sfonda le tre cifre…

Scelte come questa lasciano davvero l’amaro in bocca: sono contro la logica dei tempi di crisi,contro il buonsenso e contro la logica dello stesso Faber (ripropostaci, forse inconsapevolmente, dagli stessi curatori de I concerti).

Va bene viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, ma così pare pure troppo.

Detto questo, andiamo oltre, andiamo alle note positive: sono, chiaramente, quelle delle canzoni di Fabrizio.
Complici gli esami finiti e tantissima bicicletta, ho ascoltato e riascoltato l’intero contenuto in a malapena tre giorni (l’ho acquistato sabato 1 giugno): non mi ha ancora stancato, dubito che mi stancherà.

LA BUSSOLA / STORIA DI UN IMPIEGATO 1975/1976

Questi due dischi hanno un audio di qualità davvero povera, da bootleg di bassa lega, ma il loro immenso valore storico li riscatta pienamente e li rende forse il piatto più succulento dello squisito menu de I concerti.

Quello della Bussola di Viareggio è il primo concerto di Fabrizio De André, se si escludono alcuno apparizioni da teenager in gruppetti country e jazz (anche con Luigi Tenco; per maggiori dettagli consiglio il libro Non per un Dio ma nemmeno per gioco  di Luigi Viva).
Trentacinquenne con ottimi successi di vendita (aveva già pubblicato i vari Volume I, Tutti morimmo a stento, Volume III, La buona novella, Non al denaro non all’amore né al cielo, Storia di un impiegato, Canzoni, Volume III), Faber non voleva salire sul palco causa timidezza e paura: saranno il patron della Bussola Sergio Bernardini, e il whisky con cui Faber soleva ubriacarsi prima di suonare, a sbloccarlo e a dare il via alla sua carriera live.

Come detto, è il valore affettivo che rende questo cd così speciale: le incertezze, l’incredulità (se simulata, simulata molto bene) davanti alla calda accoglienza del pubblico, la sensazione di straniamento che coglie l’ascoltatore mentre pensa che un artista di quel livello lì (altissimo) era riuscito a tenersi lontano dai palchi per oltre dieci anni.

Col passare della serata, la tensione si scioglie, e Faber si concedere anche un’inedita versione “porno” de La canzone di Marinella:

“Prima fu una carezza ed un bacino / poi si passò decisi sul bocchino / e sotto la minaccia del rasoio / fosti costretta al biascico e all’ingo-oo-io”.

Curiosità: la scelta di un locale frequentato generalmente dalla borghesia creò non pochi malumori e le critiche più o meno velate anche di tanti colleghi, ad esempio Francesco Guccini, che in Via Paolo Fabbri 43 canta:

“Marinella non c’era / fa la vita in balera / ed ha altro per la testa a cui pensare”.

Storia di un impiegato invece raccoglie appunto una bellissima riproposizione integrale di un album al contempo molto bello e molto complesso, spesso fatto passare in secondo piano (eccezion fatta per La canzone del maggio, Il bombarolo e Verranno a chiederti del nostro amore, canzoni tutte bellissime ma col difetto di rubare attenzione alle altre: a mio parere questo disco guadagna tantissimo se ascoltato nella sua interezza).

Colpiscono particolarmente, dal vivo, La bomba in testa e La canzone del padre.

In coda troviamo anche tre classici: Un giudice, La guerra di Piero, La cattiva strada.
Proprio al termine di quest’ultima traccia, dopo qualche secondo di silenzio, è “nascosta” una versione col testo modificato/improvvisato di Via della povertà, infarcito di riferimenti a fatti e personaggi del tempo; tanto per citare una strofa:

“L’unico suono che rimane / quando l’ambulanza se ne va / è Almirante che spazza via il sangue / in via della povertà”

Una sorta di freestyle in anticipo sui tempi, insomma.

IN CONCERTO CON LA PFM 1978/1979

La svolta: per la prima volta, un cantautore si “desacralizza” e si abbassa (si fa per dire, naturalmente) a suonare con un complesso.
Risultato? Un mix esaltante che, praticamente, disabilita i pulsanti pausa e stop dello stereo.
Gli arrangiamenti escogitati dalla Premiata Forneria Marconi incantano tutti tranne i soloni del “non si può fare”: affari loro.

Non è un caso che Faber abbia continuato ad utilizzarli anche negli anni a venire, fino alla fine.

A dirla tutta, questi brani non sono inediti. Sono quelli già usciti oltre trent’anni fa: in un’antologia che vuole fotografare il percorso live di De André, comunque, inserire questa tappa chiave è scelta inevitabile e giustamente inevitata.

Piccola chicca: le contestazioni che in quegli anni turbavano spesso i concerti del genovese, qui registrate in quattro tracce (queste sì, inedite) che contengono anche la lapidaria risposta di Fabrizio:

“Va beh, se hanno voglia di fare casino è giusto che lo facciano, non ci sono cazzi”.

L’INDIANO 1981

È la tournée che riprende i brani dell’omonimo album (si fa per dire omonimo, dato che la copertina riportava semplicemente l’immagine di un indiano, da cui è stata tratta la denominazione ufficiosa che andrà poi ad adottare lo stesso Faber), ispirato principalmente alla Sardegna – come dimenticare la perla Hotel Supramonte, scritta in riferimento al rapimento di cui è stato vittima assieme alla seconda moglie Dori Ghezzi?

I brani sono inediti a metà, dato che se si escludono Il pescatore e Avventura a Durango, sono quelli reperibili in rete come Live at Dusseldorf (registrati nell’unica tournée internazionale di Fabrizio).
Anche qui la qualità audio non è al top, mentre quella della musica sì.
È il periodo in cui l’influenza di Mauro Pagani e Massimo Bubola inizia prepotentemente a farsi strada.

Un altro concerto simile in rete è live in Sarzana (uno dei suoi pochi live video registrati).

CREUZA DE MA 1984

La tournée frutto del disco scritto a quattro mani con Mauro Pagani, quello che risuscita dialetti e strumenti mediterranei, è a mio parere una delle più intense.

A quelli che non capiscono il genovese, De André spiega le canzoni (Sinàn Capudàn Pascià, Â duménega).
Il disco è godibilissimo, e contiene quella che a mio parere è la miglior versione di sempre di Quello che non ho.

LE NUVOLE 1991

È la tournée dal quale è già stato tratto l’album 1991 concerti, registrato però in altre tappe: tutti brani inediti, quindi, in questo Le nuvole 1991.

Nulla di particolare da dire, se non: bellissimo.
Rispetto al già citato 1991 concerti sono presenti: Giugno ’73, Ottocento, Andrea, Amico fragile, La domenica della salme (con un ispiratissimo Mauro Pagani al violino) e quella che, sempre a mio personalissimo avviso, è la versione più bella di sempre de La guerra di Piero.

IN TEATRO 1992/1993

Sempre secondo me, l’apice.
In questo biennio – sarà l’età, sarà la nicotina (non lo so e non me ne frega niente) – la voce di De André raggiunge un calore quasi carezzevole. Ipnotico. Benefico.

Difficile segnalare qualche canzone in particolare: come si fa a scegliere tra L’infanzia di maria, Jamín-a (splendide le percussioni), Nancy, Giovanna D’Arco, Franziska, Le passanti, La canzone di Marinella (mai così poetica), La ballata del Miché, Via del campo, Il pescatore (travolgente – forse ancor più che con la Pfm)?
Difficile, se non impossibile. Nel dubbio, meglio continuare ad ascoltarle tutte in loop come sto facendo in questi giorni.

Tanto per dare un brevissimo assaggio della magia vocale di quel periodo: I carbonari (dura 40 secondi).

ANIME SALVE 1997

A due anni dalla morte, la voce diventa – relativamente, e sempre a mio parere – un poco meno gradevole: meno rotonda, come dire.
A scanso di equivoci: comunque sempre bellissima.

Spiccano Smisurata preghiera, la presentazione del figlio (“Un grandissimo talento, così la penso da sempre, che casualmente porta il mio cognome: Cristiano De André“), e la versione a due voci, padre e figlio, di Cose che dimentico.

MI INNAMORAVO DI TUTTO 1997/1998

L’ultima tournée, nota tra le altre cose per la presenza sul palco dei figli Cristiano e Luvi.
Non troppo dissimile dalla precedente, è impreziosita da Geordie cantata proprio con Luvi.
Non è la mia preferita né come voce né come arrangiamenti, ma come già detto si entra nel campo dei gusti personali, e probabilmente altri la troveranno irresistibile a scapito, ad esempio, di In teatro 1992/1993.

Qui potete trovare la tracklist completa.
Come si può vedere, di assoluto spessore: l’unica canzone di cui sento la mancanza è ‘Â çímma. Mi consolo guardando il video di questa splendida versione con Ivano Fossati.

CONCLUSIONI

La raccolta promette magia, e non tradisce le attese: tra il fuoco di fila di aneddoti inanellati tra una canzone e l’altra (che vanno a dipingere un De André decisamente meno antipatico di quanto alcuni vogliano far credere) e alcune perle inspiegabilmente sinora non pubblicate, ci sarebbe da mandare in overdose i fan più accaniti di Faber.
Dico sarebbe, perché questa eterogenea e bizzarra categoria sociale è accomunata dal “non averne mai abbastanza”.

Perciò, chiudo con un appello a Dori Ghezzi: senz’altro in archivio ha ancora un sacco di canzoni, registrazioni, video, eccetera.
Li pubblichi (escluso chiaramente quelli privati): anche se sono in qualità bassa come il concerto alla Bussola, vanno bene lo stesso.

Possibilmente, con un prezzo più in linea coi tempi e col fatto che, comunque, l’autore è morto e dei proventi dei diritti d’autore non credo se ne faccia granché.
Dico questo perché, spiace constatarlo, è difficile non riscontrare una fastidiosa stonatura tra il proclamare l’opera di Faber come patrimonio delle nuove generazioni, di tutti, eccetera eccetera, e poi vendere queste raccolte a un centesimo meno di 100 euro.

Matteo Pezzi