“Questo disco parla di quello che abbiamo lasciato e di quello che abbiamo perso. (…)
È un periodo, il nostro, con cui non mi sento sincrono”

La copertina del disco.

Cristiano De André è tornato. Ha la faccia da bambino di sempre, ma oggi è un poco più stanca e appesantita.

Per risalire a un altro album di inediti precedente a Come in cielo così in guerra bisogna tornare al lontano 2001 del riuscito Scaramante.
Dodici, lunghi anni: tempi duri, per citare il nome della band nella quale suonava da ragazzo e che soleva aprire i concerti del padre, prima di sciogliersi causa leva militare.

Convivere con l’etichetta di “figlio di”, specie se il padre si chiama Fabrizio De André ed è pure scomparso un po’ troppo in anticipo sulla tabella di marcia (59 anni, tumore), è impresa improba.
Figurarsi poi quando uno si sente (è) cantaturore.

Cristiano, se ieri era “un bambino con le mani in tasca ed un oceano verde dietro le spalle” (come viene descritto in Oceano, scritta da De Gregori e cantata da Faber in Volume VIII), oggi è un cinquantenne che alterna alti (“Ora sono sereno”) e bassi (“Non ho più un affetto vicino, non ho persone che mi ascoltano, ho pochissimi amici con cui confidarmi”), e cerca il senso camminando in direzione ostinata e contraria (“Sono orgoglioso di soffrire meravigliosamente perché mi fa crescere e apprezzare la vita”; “Sono un guerriero che si è sempre rialzato. Il vero debole è chi mi attacca”).

A gennaio, nel 14esimo anniversario della morte del padre, è piombato in una crisi etilica risolta solo grazie alla mediazione di Dori Ghezzi e Alba Parietti, che l’hanno convinto ad aprire la porta, tra le urla e le ombre lunghe del passato: “Un uomo non può essere giudicato perché beve (…) Ho fatto tante cavolate per anestetizzare il dolore, e nessuno ha avuto compassione”.

Il talento intinto nella bottiglia, proprio come Faber che, dopo avergli regalato il testo di Cose che dimentico, nel ’98 lo porterà con sé in tournée (qui il video integrale del concerto al teatro Brancaccio di Roma).
Non un contentino al figlio viziato, ma il giusto riconoscimento a un musicista eclettico di livello assoluto. Diplomato in violino al conservatorio, suona anche la chitarra, il piano e il bouzouki.
È l’erede, nei fatti, di Mauro Pagani (con il quale nel 2009 suonò, di diretta dal porto di Genova per il decennale della morte di Faber ideato da Fazio, una scintillante versione di Creuza de ma).

Ma nel ’99 Fabrizio muore: battendo la pista del rimpianto (“Io e mio padre avremmo sicuramente fatto un disco insieme”), Cristiano perde la strada.
Tempi duri, come detto: muore anche la madre, litiga coi figli (“Coltivano l’esteriorità, non fanno niente, pensano a essere famosi e avere soldi. Eppure sono intelligenti”).

Ritrova coraggio nel 2009, grazie alla salvifica tournée De André canta De André: con la sacrosanta consapevolezza “di essere l’unico che può cantare la musica di mio padre” (nel già citato spettacolo di Fazio si erano viste anche cose indecenti: meglio sorvolare), porta in giro i suoi fantasmi e li scaccia via.

Come una distrazione / Come un dovere (cit.)

Ho assistito a tre di quei concerti (Bologna, Ravenna, Cesena): uno più bello dell’altro.

È il momento di ricominciare a scrivere e, tra endorsment a Grillo (“Sto con Beppe da quando sono nato (…) Non farebbe mai male a una mosca”) e apprezzamenti a sorpresa (“Tra i giovani italiani mi piace molto Fabri Fibra”), vola in America a registrare Come in cielo così in guerra.

L’album (piccola nota di merito: nel libretto, contrariamente a una pratica fastidiosamente in uso, ci sono i testi. Grazie) condensa dodici anni in dieci tracce, e lo fa bene. A tratti – paradossalmente proprio nel brano più impegnato, Credici – accarezza la banalità, ma quando per un attimo accendi la tv e vedi Arisa discettare e pontificare di musica, capisci che il disco di Cristiano De André, nell’Italia del 2013, è un mezzo miracolo (e forse anche qualcosa di più).

Gli arrangiamenti, come da lui stesso dichiarato, sono in chiave moderna: io lo preferisco quando canta in versione acustica (Oceano, Il pescatore, A’ cimma, ad esempio) o comunque più “tradizionale” (come quanto in Un giorno nuovo ha reinterpretato suoi brani passati. Ma questi sono gusti.

Inutile anche fare confronti con la musica di Faber: Cristiano scrive nel 2013, il padre è morto nel ’99.
E poi, pensate che la musica di Fabrizio spazia da La canzone di Marinella a Creuza de ma (e chissà cosa ci avrebbe regalato negli anni a venire): difficile etichettarla.

Sul web si trovano commenti malevoli, tipo: “Se si fosse limitato a fare il musicista… Invece si è rovinato a voler fare il cantautore”.

Balle. Chiacchiere futili e sentenze facili, sputate da chi magari non lo ha nemmeno mai ascoltato.
Cristiano, cinquant’anni sul groppone e chissà quanti nel cuore, è artista vero.
Ed è tornato: questa volta, si spera per restare.

Matteo Pezzi

Qui di seguito,tre foto della tournée De André canta De André (le prime due della tappa ravennate, l’altra di Bologna).
Sono tre scatti alla buona, non mi interessavo ancora di fotografia e sono tre scatti “rubati” con la compatta (non si potevano fare foto).