Stevie Ray Vaughan è il mio chitarrista preferito, e potrebbe essere anche il tuo. 
È bianco e suona come (più) di un nero: il percorso di Eminem nel rap ricalca quello di SRV nel blues.

Il piccolo Stevie Ray inizia a suonare per imitare il fratellone Jimmy, sogna Albert King e dopo qualche anno, autodidatta, testardo, talento nel plettro e improbabili piume nei cappelli, ci suonerà assieme in una jam pazzesca su Mtv (ah, Mtv prima che io nascessi…).


La tecnica, per SRV, è solo un mezzo: quelli bravi, dell’esercizio sterile, non sanno che farne.
Non so se Stevie Ray Vaughan leggesse Hemingway, ma credo proprio che si sarebbe trovato d’accordo con quanto l’autore de Il vecchio e il mare scrisse, tra un’onda etilica e l’altra, a proposito della sua penna ruvida:

“Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere smussi e ottundi lo strumento con cui scrivi. Ma io preferisco averlo storto e spuntato, e sapere che ho dovuto affilarlo di nuovo sulla mola e ridargli la forma a martellate e renderlo tagliente con la pietra, e sapere che avevo qualcosa da scrivere, piuttosto che averlo lucido e splendente e non avere niente da dire”

Voce roca, vibrazioni lontane, sangue calmo: a volte Stevie scarica pennate vigorose (Tell me, Pride and Joy), altre scivola via (Life without you, Lenny), oppure, semplicemente, dà spettacolo (Rude mood).


Il mio album preferito è del 1983 (Stevie Ray ha trent’anni), Texas flood, il primo: grezzo quanto basta per essere perfetto, registrato in presa diretta in soli tre giorni. Alchimie miracolose.
Basso, batteria (i Double trouble), chitarra, voce: distillato di blues da tracannare a tutto volume, possibilmente in macchina, meglio ancora se col finestrino abbassato.

Dopo il successo, copione prevedibile ma forse inevitabile: tour massacranti, alcol, droga. Quanto può durare? Tre anni. Nel 1986 collassa sul palco.

Vaughan è puro, ma non così duro da non spezzarsi.
Dal paradiso all’inferno, il passo è breve: se a cadere è una stella, e sovente accade, difficile che torni a splendere.
Stevie Ray Vaughan, invece, ce l’ha fatta.

Ritorna col suo quarto (ed ultimo) album, In step. Vivo per miracolo, ad ogni concerto interrompe l’assolo di Life without you e commuove la platea (“Posso parlarvi per un secondo?” Puoi. Devi).




Dopo Texas flood potrebbe fermarsi lì e iniziare ad annoiare ripetendo lo stesso (pazzesco) stile, invece guarda al jazz e al soul, rende un po’ di mordente e regala una maturità artistica scintillante.

Chi se ne intende dice che è l’unico ad interpretare in maniera degna i pezzi di Hendrix (Voodoo Child e la magistrale Little wing su tutti), forse anche meglio – bestemmia? – degli originali. Non che io ci capisca particolarmente, ma mi pare un’ipotesi tutt’altro che remota.

Ha ammaliato Mick Jagger (che lo lanciò), Stevie Wonder (che gli concesse la sua Superstition  e con lui ne registrò una fantastica versione jam (sotto il video) su Mtv – ah, Mtv prima che io nascessi…/2), David Bowie (una tournée assieme quando SRV era ancora giovane – il duca avrebbe voluto blindarlo, ma Stevie inseguiva il blues e scappò a registrare Texas Flood. Grazie a Dio), e tanti altri.

Imitatissimo e proprio per questo inimitabile, Stevie Ray Vaughan è adrenalina, sudore, classe.
Suonava una Strato, ma solo i tecnofili più talebani possono pensare che il suono SRV, inconfondibile marchio di fabbrica, non potesse ottenerlo anche con una Eko da due lire comprata al supermercato (come fece Lucio Battisti in Eppur mi son scordato di te).

Con l’acustica esistono solo un pugno di bootlegs e la registrazione per la serie di concerti Mtv Unplugged (ah, Mtv prima che io nascessi…/3), del gennaio 1990: Testify, Pride and Joy, Rude mood (esagerata: sotto il video), Life without you (interrotta anzitempo dal pubblico che voleva il bis di Testify – oggi ci  mangiamo le mani).

Ci mangiamo le mani perché il 27 agosto 1990 la notte cala sul volo, sul mito, sulla rinascita di Stevie Ray Vaughan: stanco dopo un concerto ad alta densità di orgasmi blues (sul palco anche Eric Clapton e Buddy Guy), chiede proprio a Slowhand di prestargli il suo elicottero. Clapton borbotta, tentenna; poi cede: Stevie Ray vola, e come è finita lo sappiamo.
Life without you, col senno di poi, non è solo una canzone.

Ci pensi e sei triste. Meglio spingere play. L’assolo scivola via.
Il rimpianto forse.

Matteo Pezzi