Cassano Antonio da Bari Vecchia è fuori.
Fuori forma. Fuori dal tempo. Fuori categoria.
Il talentino, come lo chiamavano a Madrid prima di battezzarlo el gordito, naviga a vista nell’incoerenza di chi ha 31 anni, un talento che basterebbe per cento e la casella delle vittorie che contano ancora ferma al via.
Vive a credito col destino (nel 2008 disse: “Mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario: me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare”) e, in ossequio alla corrente filosofica del chemenefotteameguaglio’ di cui è fondatore e brillante divulgatore (non tutti si nasce Kant, ma neppure Antonio Cassano), fa spallucce ai topi da almanacco e ai puristi da libro dei record.

A pensarci bene è il colmo, per chi nasce in quella notte di mezza estate del 1982 in cui le stelle (tre) le accese Pablito Rossi e, nei vicoli di Bari Vecchia, la gioia effimera di un mondiale si perdeva nei fumi dei caroselli.
L’infanzia è poco più di un infrangersi di vetri presi a pallonate per compiacere una platea già incredula: consolazioni magre come i pasti che, quando ci sono, consuma assieme a mamma Giovanna. Il padre non c’è, i soldi neppure.



Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. (cit.)


Chiamatelo destino se volete, ma la notte della vita, per Cassano, arriva proprio contro la squadra del cuore.

Bari-Inter 1-1, 87 minuti sul cronometro, mister Fascetti a mani giunte in panchina a pregare perché quel 17enne dai piedi pazzi faccia il miracolo: qualcuno lo ascolta. Con una prodezza di cineteca, a braccetto con l’incoscienza del suo volto butterato e la consapevolezza che il pallone, rotondamente democratico, si fa guidare solo da chi gli dà del tu, fa venire giù il San Nicola.

Oltre all’intontita difesa nerazzurra, Antonio dribbla anche il passato, la fame e il futuro da delinquente che gli sarebbe toccato in sorte nei destini a senso unico di Bari Vecchia: tutte le strade portano a Roma, e Cassano ci va ai 300 all’ora.

Ma, più delle Ferrari che cambia come fossero vestiti, corrono i suoi demoni: le Cassanate (copyright Fabio Capello) sono l’estroso – per parecchi, troppo estroso – contrappasso ai lampi di genio che illuminano l’Olimpico.

“Antonio Cassano / Eeeh / Oooh”: quando la curva vede le magie, le doppiette alla Juve, le bandierine spaccate, la telepatia con Totti, i goal nei derby in zona Cesarini; quando la curva vede Peter Pan giocare a pallone, intona il coro. “Antonio Cassano / Eeeh / Oooh”.

Ma l’equilibrio tra il dare e l’avere, nell’affaire Cassano, è sempre in bilico: per la serenità, rivolgersi altrove prego. Ciao Roma, è stato bello finché è durato – poco, quindi.


Da una capitale di penisola all’altra, Cassano sbarca a Madrid. Insegue un sogno, vivrà un incubo. Prima la presentazione dinanzi al Bernabeu gremito, sbrigata palleggiando a centro campo con vesti e movenze da tamarro (“Sembravo un mafioso”), a conferma di quanto sottile sia la linea che divide il grandioso dal grottesco. Poi il debutto: è subito goal. Sembra tutto in discesa, invece è un falso piano, che si farà in breve salita durissima.
Antonio a Madrid è tanta roba, in senso esclusivamente letterale. Con la bilancia a quota 91kg, il soprannome è già pronto: El gordito, il grassottello. El gordo, tra i Galacticos, c’è già. È Ronaldo, quello vero, quello brasiliano. I due fenomeni si intendono, si ammirano, si confortano: non basta. Il carioca è già sul viale del tramonto, scomoda direzione impostagli dal tempo, non sempre galantuomo, e dalle ginocchia fragili. Il barese, invece, su quel viale ci si sta cacciando da solo: spreco immane, doloroso anche solo da guardare.

Se a navigare nel lusso Cassano affonda, meglio dunque galleggiare in periferia: dal naufragio definitivo si salva attraccando a Genova.
Il blucerchiato gli dona, il girovita cala (anche perché aumentarlo sarebbe stato quantomeno difficile) e Fantantonio fa quel che deve (e sa) fare: il fenomeno.
La (nulla) concorrenza interna favorisce la rinascita: se prima c’erano Ronaldo, Zidane, Roberto Carlos, Raul e Beckam, a Marassi ci trova tuttalpiù Bonazzoli.
Del porto ligure, Cassano è faro indiscusso: la città lo ama, lui ricambia e ringrazia a suon di goal, assist, perle e persino una qualificazione Champions (!). Si accasa, si sposa, arriva il primo figlio.
Troppa grazia, Sant’Antonio.

La sbroccata arriva quando Garrone lo vorrebbe con sé a ritirare un inutile premio.
Cassano non ama comparsate, sponsor e pubblicità: aveva da pochi giorni rifiutato un munifico (molto munifico) invito a Paperissima. Si nega anche al presidente che, però, insiste: “Ma cosa ti costa, non puoi dirmi di no”.
Antonio, di fronte all’ostinazione del patron, tracima nell’incontinenza verbale: “Vaffanculo, vecchio di merda”, e altra prosa lieve declamata in barese stretto.

Non è la prima volta (vedi Sensi) e non sarà l’ultima (vedi Stramaccioni), ma a differenza del predecessore capitolino e (forse) del successore nerazzurro, Garrone non perdona: “Cassano non giocherà mai più per la Samp”.
Un veto che non cede al buon senso, un’arma a doppio taglio: Antonio naviga (sguazza) verso il Naviglio, sponda rossonera (dove troverà il primo scudetto della sua carriera); la Samp affonda in B.

Le discese ardite e le risalite.
Non è un vecchio verso di Battisti, ma la vita dell’Antonio da Bari Vecchia: quello che, alle prime luci della stagione 2011/2012, gioca così bene e con così tanta continuità da non sembrare nemmeno lui.
Infatti, al solito, è un decollo apparente che precede il tracollo reale, serio come non mai: il cuore cede, Cassano è fuori, chissà per quanto. Forse per sempre.

C’è già chi stila bilanci impietosi, chi fa i funerali senza il morto. Che il barese abbia ancora qualche buona carta da giocare (se non altro la solita del talento puro) è fuor di dubbio; se il croupier che ha fatto saltare cuore e banco voglia fargliele mettere in tavola, è altra storia.
Fortunatamente, a lieto fine: il Milan lo cura, lo coccola, lo rilancia a primavera inoltrata.

Prandelli, tra menate sul codice etico e scelte bizzarre sul caso scommesse (Bonucci sì, Criscito no: mah), una cosa buona la fa: lo aspetta, gli assegna la casacca numero 10, lo spedisce in Ungheria per gli Europei.
Che inevitabilmente fotografano il Cassano più scontato, amato, odiato: quello con la pancia in fuori, l’autonomia a 60 minuti e una magia strafottente nei piedi.

Il resto è storia recente: il Milan svende tutti, Cassano se ne ha a male, borbotta frasi dalla grammatica incerta che illustrano un’idea sicura.
Vuole rimanere a Milano, ma cambiare maglia: il voltafaccia è a tratti grottesco  – alla presentazione rossonera disse che “Sopra il Milan c’è solo il cielo”, a quella nerazzurra si laureò campione mondiale di arrampicata sugli specchi replicando (a sé stesso) che “Beh, sopra il cielo c’è l’Inter” – ma a suo modo sensato, per ambedue le parti.
Il Milan si prende Pazzini (che ricomincia a segnare a valanga), l’Inter qualcuno che dà un senso alla parola gioco.

Non è un caso che si intenda alla perfezione con Nagatomo: il giapponese è tutto corsa e zero piedi, Cassano l’esatto opposto.
Anche a parole, si comprendono a meraviglia: comprendere l’assonanza nippo-barese è la vera sfida per i linguisti del 21esimo secolo.

Ma l’idillio dura solo 6 mesi: è di una decina di giorni fa lo screzio con Stramaccioni.
Moratti come sempre giustifica (“È un artista”), Strama minimizza, l’Inter barcolla: out Milito, nervoso Cassano, difficile appoggiarsi solo su Palacio se ad aiutarlo ci sono Alvarez e Pereira (wow).

Chi vivrà, vedrà: forse quello nerazzurro è solo l’ultimo capitolo capitolo di un copione scontato e a senso unico, quello del Cassano-show.
C’è già chi fantastica e tifa per il divorzio: sono una grossa fetta dei supporter doriani (e Cassano stesso, che ha sempre dichiarato di voler tornare a Genova), osteggiati però dalla dirigenza (anche se, defunto Garrone, i nodi potrebbero sciogliersi); e quelli del Bari, che hanno visto il loro gioiellino partire nel 2001 e farebbero carte false per vederlo tornare 5 squadre, tanti chili, infinite avventure e 12 anni dopo.
Per ora comunque, è solo fantamercato.

Nel frattempo, Antonio gioca da fermo col suo tocco da biliardo e ha lo stesso ghigno butterato di sempre.
La realtà, per chi calcia come un mago e ha per soprannome Peter Pan, è spesso difficile da interpretare, ma tra uno scivolone e l’altro c’è spazio anche per la maturità, o perlomeno qualcosa che le somiglia molto: “Non sono le vittorie che rendono felice un uomo e nemmeno i soldi, ma gli affetti veri (…) È pieno di gente che si ammazza di lavoro e non si gode mai la vita, è che siamo nati col mito assoluto delle vittorie. Del successo fine a sé stesso. Ma ormai lo so che le cose non cambiano, 1, x o 2. Se alla fine della carriera hai vinto tanto o poco cambia sopratutto per gli almanacchi. E allora è giusto che vinca chi ne ha più voglia. Io mi accontento di stare bene con me stesso, di vivere da re. Gioco a calcio, guadagno e mi diverto. Il mio talento me lo ha consentito. Se un giorno mi accorgerò che sono stato un cretino ve lo farò sapere. Per ora vado avanti così, con il mio talento inespresso.
È come guidare una Ferrari andando al massimo in terza (…) Io sono così. Me ne sto con il braccio fuori dal finestrino e sorrido”.

Ecco perché entra ed esce dal gioco all’improvviso (ma mai di corsa), ha la chiave per aprire (o chiudere) le partite ma spesso la dimentica in casa: offre gli stessi motivi per ammirarlo o deriderlo, amarlo o detestarlo, aspettarlo o sfancularlo.
Cassano, prendere o lasciare: io prendo.

Matteo Pezzi