L’autobiografia di quello che Roland Barthes non esita a definire “il più grande fotografo del mondo” è il tentativo – a volte riuscito, altre meno – di racchiudere in qualche pagina la turbolenta vita di un uomo che rappresenta – questa volta la definizione è del poeta etilico Baudelaire – “la più stupefacente espressione di vitalità” della terra.

La copertina del libro.

Nadar, nato Gaspard – Félix Tournachon, è stato uno dei protagonisti assoluti del XIX secolo: scrittore, giornalista, vignettista, agente segreto, repubblicano e anti napoleonico convinto, fotografo, pilota di mongolfiere, precursore dell’aeronautica, e chissà che altro.
Personaggio istrionico e irrequieto, nell’arco della sua lunga vita (è morto novantenne nel 1910) ha scalato le vette della fama – le più alte come fotografo ritrattista – ed è affondato, più volte, negli abissi della miseria, quasi sempre dovuta a debiti frettolosamente contratti per portare a termine questa o quell’impresa della quale si era pazzamente invaghito.
La storia ha fatto il suo corso e, di quell’uomo esaltato e incontenibile, è rimasto soprattutto il ricordo del grande fotografo che fu: più d’uno lo ritiene a tutt’oggi ineguagliato.
Le pagine del libro rispecchiano quelle che erano senz’altro le giornate del parigino: caotiche, straripanti, aneddotiche. Lo stile è pomposo, arcaico e fortemente autoreferenziale, ma in modo onesto, quasi ingenuo: si capisce bene che Nadar, con una penna in mano, è come un mitra caricato con una sola pallottola, e perciò lo si perdona volentieri. Una trama univoca è impossibile intuirla, lo spirito (inquieto) dell’uomo, sì.
La famosa vignetta apparsa su ‘Le Charivari’ a firma di Honoré Daumiere. La didascalia recita: Nadar eleva la Fotografia all’altezza dell’Arte. L’ironia richiama la supposta inadeguatezza artistica che perseguiterà il neonato mezzo fotografico anche per tanti anni a venire.
Episodi da candid camera in studio, la prima fotografia aerea della storia, le fotografie nelle catacombe di Parigi, un’efficace panoramica dei primi (pionieristici) anni della fotografia e dei personaggi che li hanno animati, più un quadro generale della vita nel 1930, nel quale c’è spazio anche per un passaggio che fa capire il ruolo che abbiamo sempre ricoperto noi italiani, al di là della ridicola retorica risorgimentale, nella storia: “Da notare, del resto, la crescente brutalità delle risse di strada, a pugni e a calci: arriveremo dunque alle coltellate come gli italiani?”. W l’Italia.
Charles Baudelaire
I suoi ritratti diventarono clamorosamente di moda nell’alta borghesia parigina: posarono per l’obiettivo di Nadar, tra gli altri, l’amico Baudelaire, Victor Hugo, Delacroix, Bakunin.
Il soggetto veniva immortalato di solito in piano americano, con una precisa illuminazione laterale: come sottolineava fieramente lo stesso Nadar, l’intento era individuare la personalità e l’anima di chi sedeva in studio per poi congelarla nell’immagine.
Per riuscire in questa delicata missione, lo studio del vulcanico fotografo era organizzato come una vera e propria catena di montaggio composta da truccatori, tecnici della luce, costumisti, eccetera, tutti coordinati dallo stesso Nadar, col piglio sicuro del direttore d’orchestra.
La produzione ritrattistica di Nadar sarà sempre rievocata come una di quelle dagli esiti più felici in tutta la storia della fotografia: e, a mio parere, non a torto.
Victor Hugo
In calce al libro, si trova un bel trattato a cura di Michele Rago, preciso e puntuale, e le note biografiche, stilate in maniera assolutamente esaustiva.
Insomma, un libro consigliato per gli appassionati di fotografia, ma non solo: tralasciando le inevitabili (ma brevissime) parentesi strettamente tecniche, fornisce un ritratto nitidissimo di quello che fu l’ottocento e, ovviamente, di quello che fu – ed è ancora – “il più grande fotografo del mondo”.
Matteo Pezzi