Cronache Mediorientali è un libro inquietantemente introspettivo, un libro cinicamente lucido: numeri, cifre, dati, tutti sbandierati con disarmante crudezza. E non solo: anche sensazioni, odori, sguardi e dolori, magistralmente riportati dalla penna di uno dei più grandi giornalisti di guerra di sempre, l’inglese Robert Fisk. Penna, sia detto per inciso, splendidamente a suo agio anche sulla distanza – non esattamente giornalistica – di 1100 pagine.

La copertina del libro, edito da “Il saggiatore”

Sono cronache a tratti stanche ma non esaurite, poiché inesauribile è il filone di bassezze commesse da noi, noi intesi come occidentali, ai danni di popoli ieri inventori della cultura (sumeri, assiri, babilonesi…), oggi “colpevoli” di abitare sulle più grosse riserve di petrolio del pianeta. Questo basta per trasformare un arabo in un terrorista, un musulmano in un estremista, un resistente in un antidemocratico: ottica distorta, distorcente e aberrante, che confonde attaccanti e attaccati, invasori e invasati. Un soldato americano illustra benissimo la situazione: “Mi piacerebbe che qualche membro del Congresso venisse qui, con tutto il suo patriottismo, a sentire il caldo del deserto. Non mi sembra giusto. Preferirei che la gente pagasse il petrolio più caro, anziché pagarlo con la mia vita”. Piacerebbe anche a noi.

 

Un libro che fa martellare in testa interrogativi pesanti e troppo grandi anche solo per ipotizzare una risposta. Ad esempio: perché l’uomo adopera il meglio della sua tecnologia per uccidere altri uomini? Orrori sordidi, voci sorde e straziate.
Un libro che mette a nudo un secolo (e più) di vergogne, compromessi, giravolte disinvolte e alleanze beatamente tradite, come quella con Saddam: aiutato, foraggiato, sfruttato e, infine, impiccato. Eppure già in tempi non sospetti si presentava così: “Io sono un politico. Adesso le spiego cos’è la politica. Io prendo una decisione. Poi dico a qualcuno l’esatto contrario. E infine faccio qualcosa che sorprende anche me”. Ma allora andava bene così. Faceva comodo.
Una storia ritmata da missioni militari e omissioni della stampa, una storia segnata da mille “casualità”, come il fatto che le  più grandi basi militari Usa in Afghanistan erano tutte ubicate sul percorso previsto del nuovo oleodotto per l’Oceano indiano. Oro nero per noi, ore nere per loro.

 

L’autore, classe 1946, figlio di un soldato britannico che combatté la prima guerra mondiale, è una delle firme più prestigiose del quotidiano The independent. Una vita vissuta in medioriente, è l’unico giornalista occidentale ad aver intervistato – per tre volte, tra il ’94 e il ’97 – Osama bin Laden.
In Cronache mediorientali alterna sapientemente avvenimenti recenti, dei quali lui è stato diretto e fedele testimone, ad un racconto meticoloso e accurato della storia più antica.
Purtroppo però la situazione attuale induce a tutto meno che all’ottimismo. Maestra instancabilmente eterna la storia, allievi incorreggibilmente asini noi. Eppure gli strumenti per imparare, come questo libro di Robert Fisk, li avremmo tutti.
Matteo Pezzi