* Ti può interessare anche Elogio a Cassano, post più recente (marzo 2013) e a mio parere anche scritto meglio.

Non c’erano dubbi che la spedizione italiana agli europei 2012 sarebbe stata spettacolare, data la convocazione di Mario Balotelli e Antonio Cassano. 
In campo non hanno ancora dato il meglio (ma già giovedì contro la Croazia avranno occasione di mettere a tacere i tanti iscritti al partito del “non cambieranno mai era meglio lasciarli a casa e portare gente seria”), fuori non ci si annoia mai.

Un butterato Antonio Cassano veste la maglia numero 10 della nazionale

 

Il merito, diamo a Cesare quel che è di Cesare, è però anche di certi giornalisti che pretendono di discutere con Cassano di questioni intellettuali, oltre che di certi personaggi alquanto ridicoli che devono per forza essere al centro dell’attenzione.
Ma andiamo con ordine, e prima presentiamo i personaggi.

Antonio Cassano da Bari Vecchia, detto “Fantantonio”, “el pibe de Bari” o “Peter Pan”, è l’attaccante italiano più imprevedibile di tutti i tempi.
Classe 1982, nasce la notte in cui l’Italia vince il suo terzo mondiale. Un predestinato, secondo molti.

La sua storia somiglia a quella di tanti giocatori sudamericani. Nasce povero in un quartiere dove per vivere bisogna arrangiarsi. Non ha molte strade davanti a sè, e i suoi piedi lo strapperanno a un probabile futuro da delinquente (“L’unica cosa che sapevo fare era correre, e dribblare. Nient’altro. Ancora oggi non so fare nulla se non questo. Sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore. (…) È stato un colpo di genio, e di culo, a farmi scappare via”).

Cresce nelle giovanili del Bari, e a 17 anni debutta in serie A: alla sua seconda partita (contro l’Inter), 88 minuti sul cronometro e risultato bloccato sull’1-1, aggancia di tacco un rilancio di Perrotta, controlla di testa come una foca, si invola verso la porta e fa il miracolo. 2-1.

Il pallone gonfia la rete e le sue quotazioni: Bari è già troppo piccola per lui, e la Roma nel 2001 se lo aggiudica per 60 miliardi di lire. 

In acrobazia con la maglia della “Maggica”

 

Nella capitale nasce il suo mito: alterna giocate impossibili a momenti di black out totale(dentro e, soprattutto, fuori dal campo). È Capello, il suo allenatore, a inventare il termine “cassanate”.
Corna agli arbitri, vaffanculo ai mister, multe in macchina, autosostituzioni. 
Poverissimo per 17 lunghi anni, non gli par vero essere diventato miliardario: inizia la bella vita, ville, donne e Ferrari (“usavo le macchine come fossero jeans, le sceglievo a seconda dell’umore, di come mi ero svegliato”). Esagera. Comprensibile. 
Litiga con tutti: anche con Totti, col quale in campo c’era un’intesa telepatica. Non può far altro che partire, destinazione Madrid.

A Madrid, in forma
smagliante

Altra capitale, stesso copione. Anche al Real è più Mister Hyde che Dottor Jekyll. Diventa un attaccante di peso, ma solo perchè ingrassa senza ritegno (91 kg): verrà soprannominato “El gordito”. 
Ritrova Capello, ma il Cassano di quegli anni è assolutamente ingestibile. Dicono gli psicologi che sia tutto dovuto alla sua infanzia e all’improvvisa fama. Fatto sta che nei 20 mesi a Madrid, combina poco: la cosa più memorabile rimane probabilmente la presentazione dove Antonio, in un Bernabeu strapieno, palleggia vestito da terrone (“Facevo veramente schifo. Avevo dei capelli inguardabili, una roba scandalosa, con una riga in mezzo che mi faceva sembrare Nino D’Angelo prima maniera. Palleggiavo con anello, bracciale e due orecchini. Sembravo un mafioso, non un calciatore”).

Sbarca a Genova, in prestito alla Sampdoria. Dalla squadra più titolata del mondo a una formazione da metà classifica, dal Bernabeu a Marassi, da Ronaldo a Bonazzoli. In un quadro mediocre, Cassano fa risplendere il suo talento più che mai: ritrova continuità, segna goal, semina assist e perde chili.

La Genova blucerchiata lo abbraccia e in breve diventa l’idolo dei tifosi.

Cassano in uno dei suoi gesti più frequenti

 

Nella stagione 2009/2010 conduce la Samp al quarto posto e quindi ai preliminari di Champions League. L’autunno seguente, il fattaccio: litiga col presindente Garrone, gli urla “vecchio di merda”, perchè lo voleva con lui a ritirare un premio. Licenziato.

Dalle stelle alle stalle, poi di nuovo alle stelle, e così all’infinito. Antonio firma col Milan, e vince lo scudetto, il suo primo scudetto, mentre la Samp viene retrocessa in serie B.


2011-2012: a un grande inizio di campionato segue la grande paura paura: un malore, un’operazione al cuore, il rischio concreto di morire. 5 mesi lontano dal campo a cercare di riprendersi il Milan e soprattutto la nazionale. Il mondo del calcio, e non solo fa il tifo per lui: guardate il Real come lo incita.

Ce la fa: il 3 aprile riceve l’idoneità medica, il 7 torna in campo e il 29 torna al goal. Una favola a lieto fine.

Con la maglia azzurra, il rapporto è di amore puro (“È il traguardo massimo, l’obiettivo di una vita”). Con gli allenatori, un po’ meno.
In Under 21 non gioca che poche partite: il suo rapporto col mister, Gentile, non è dei migliori (“È uno di quelli al mondo che mi sta più sulle palle”), e il suo obiettivo è la nazionale maggiore (“Per me la nazionale è come la mamma: ce n’è una sola”).

Debutta, con goal, nel 2003. Agli europei del 2004 è il miglior azzurro, ma l’Italia non supera la fase a gironi per il biscotto tra Svezia e Danimarca (come direbbe Buffon: meglio due feriti che un morto). 

Di quel torneo rimarrà soprattutto l’immagine tristissima di Antonio che segna, esulta ma poi viene informato dell’accordo tra le altre due nazionali e si mette a piangere in campo.
Agli europei 2008 l’Italia viene eliminata ai rigori dalla Spagna che andrà a vincere la coppa.

Cassano non è mai stato convocato ai mondiali: nel 2006 era in uno stato di forma imbarazzante al Real, nel 2010 dopo una stagione perfetta alla Samp aveva la sola colpa di stare antipatico a Lippi.

Prandelli gli dà fiducia e costruisce la nazionale attorno a lui. Gli europei 2012 sono adesso. Cassano ha dichiarato di voler giocare altri due anni: potrebbe chiudere la sua carriera coi mondiali 2014.

Porte aperte al talento nella nazionale di Prandelli

 

Tecnicamente ha doti eccezionali, il talento è indiscutibile. Non ama allenarsi, ama i colpi spettacolari.
Può essere un fantasma per 89 minuti, e inventare una magia al 90°. Imprevedibile.
Si vede che prende il calcio per quello che è: un gioco (“Durante le partite non subisco mai la pressione, davvero, non ho paura. Nel calcio non ci si deve emozionare ma divertire. E se hai personalità non puoi temere nulla”).
Al tiro predilige il passaggio smarcante (“Mi piace servire l’assist a un compagno solo per il gusto di vederlo sorridere”).

Sa bene di non essere un intellettuale, odia i congiuntivi e la grammatica in generale (due perle dall’intervista dopo il primo goal: “Mi pensavo che non giocavo”; “Abbiamo dimostrato di essere abbastanza valida tatticamente”), ma non ne fa un complesso, anzi.

In collaborazione con Pierluigi Pardo, ha scritto un’autobiografia, e ama affermare di essere l’unica persona al mondo ad aver scritto più libri di quanti ne ha letti. Fate i vostri conti.

Nelle pagine finali, spiega la sua filosofia di vita.

“Non sono le vittorie che rendono felice un uomo e nemmeno i soldi, ma gli affetti veri. So che non vi sembrerà il massimo da parte di un professionista (…) se volevo vincere rimanevo a Madrid, facevo sacrifici, davo il 100 per cento di quello che avevo. Io non sono mai andato oltre il 60.(…) È pieno di gente che si ammazza di lavoro e non si gode mai la vita. Il problema è che siamo nati con il mito assoluto delle vittorie. Del successo fine a se stesso. Ma ormai lo so che le cose non cambiano. 1,x o 2. Le vittorie sono bellissime, ma passano. (…) Se alla fine della carriera hai vinto tanto o poco cambia soprattutto per gli almanacchi. Alla fine si ricorderanno solo di Maradona, Pelè e pochissimi altri, Veri miti dello sport. I miei sono soltanto due: Valentino Rossi e Roger Federer. Come me hanno il talento, meno di loro ho la fame, la voglia, l’ambizione. (…) loro hanno vinto tutto, io invece una sega. Loro hanno dato il famoso 100 per cento fisico e mentale. Io sì e no la metà, un po’ di più negli anni migliori (…) E allora è giusto che vinca chi ne ha più voglia. Io mi accontento di stare bene con me stesso, di vivere da re. Gioco a calcio, guadagno e mi diverto. Il mio talento me lo ha consentito. Se un giorno mi accorgerò che sono stato un cretino ve lo farò sapere. Per ora vado avanti così, con il mio talento inespresso.
È come guidare una Ferrari andando al massimo in terza (…) Io sono così. Me ne sto con il braccio fuori dal finestrino e sorrido”.

Questo, e molto altro, è Antonio Cassano da Bari Vecchia. Prendere o lasciare. Si può dire (ed è stato fatto) tutto e il contrario di tutto su di lui, tranne che sia un cattivo ragazzo. 

Bicchiere mezzo vuoto per molti che lo ritengono solo un immenso talento sprecato e un cattivo esempio.
Bicchiere mezzo pieno per tanti altri: simpatia, calcio spettacolo e la capacità di rialzarsi e ricominciare ogni volta. Forse proprio quest’ultima dote è quella che lo fa amare da tanti. Forse non è solo un cattivo esempio.

L’altro personaggio, Alessandro Cecchi Paone, è un  conduttore televisivo molto egocentrico che, dopo aver fatto coming out, non perde occasione per ricordare al mondo la sua omossessualità (poi ci si chiede perchè le battaglie del mondo gay siano malviste dall’opinione pubblica) e vantare flirt con questo o quel ragazzo, meglio se famoso.
È altresì noto per essersi candidato alle elezioni europee del 2004 per Forza Italia e per essere stato il co-protagonista di un grande momento televisivo in coppia col pacato Vittorio Sgarbi.

Due giorni fa, ha affermato di avere avuto una relazione con un calciatore della nazionale, che gli ha riferito che tra gli azzurri c’è un altro gay, e che ci sono anche tre metrosexual (che abbiamo poi scoperto essere maschi che curano particolarmente l’aspetto esteriore – un po’ come dire che sono vanitosi e fighetti, ma l’inglese fa molto più figo). Ora, direte voi, chissenefrega.


Peccato che in conferenza stampa, un giornalista abbia tirato fuori l’argomento con Cassano: un po’ come chiedere ai Gem Boy di scrivere il Requiem di Mozart. 

Ecco il siparietto che ha dato tanto scandalo.

Giornalista: “Cecchi Paone ha fatto una statistica, adesso non ricordo perfettamente ma comunque ha contato un paio di gay, un paio di…”

Antonio Cassano: “Ci sono froci in squadra? Non ho capit’..rifai la domand’…”(NDA: Cassano è madrelingua barese, e ha seri problemi con l’italiano)
G: “La domanda è questa: secondo Cecchi Paone, ci sono due gay non dichiarati in squadra, due metrosexual, che cioè sono…”
AC: “Se dev’ parlare parla in parole povere metrosess che èè..(risate in sala) Pier non rispondiamo?”
Pierluigi Pardo: “Come non rispondiamo…”
AC: “Se penso a quello che dico, sai che cosa vien fuori…”
G: “E dillo dai”
AC: “Problemi loro..son froci, problemi loro..me la sbrigo così, se no..m’attaccano da tutte le parti..son froci? Se la vedessero loro..mi auguro che non ci sono veramente in nazionale (NDA: si noti il congiuntivo)..però, se l’ha detto Cecc’ Paone che ce stanno..ce stanno?”
G: “Ah io non lo so…”
AC: “E io nemmeno..non lo so..dimm’te, dimmelo te che m’hai fatto la domanda”
G: “Io ho detto quello che ha detto Cecchi Paone ma va benissimo la risposta che mi hai dato…”

Tutta la scena si è svolta tra risate e sorrisi, sia dei giornalisti in sala sia dello stesso Antonio, che apostrofa così il traduttore che non riesce a parlare perchè ha la sgrigna: “quello rid’…”.


Niente: il mondo omosessuale, e non solo, si è scagliato su Cassano perchè ha detto frocio.

Cecchi Paone, tutto fiero dell’inatteso momento di notorietà ha bollato Antonio come “ignorante” (ma va’?) e poi lo ha minacciato: “Una volta finiti gli europei, voglio proporre un invito a cena a Antonio Cassano per spiegargli l’assoluta insensatezza della sua posizione”.

L’immagine che ha fomentato l’interesse di Cecchi
Paone per Antonio Cassano



Poveretto: un’uscita con Cecchi Paone ansioso di spiegare posizioni. Antonio sei avvisato.


Matteo Pezzi